Balance. Different Types of Equilibrium
Abstract
Balance è il tema di WAVe 2026, i workshop internazionali di architettura dell’Università Iuav di Venezia.
WAVe propone un modello didattico intensivo fondato sul lavoro collaborativo, che riunisce studenti e docenti provenienti da scuole di architettura internazionali. Attraverso una serie di laboratori progettuali, i partecipanti sono invitati a esplorare forme innovative di convivenza, tecniche costruttive, immaginari spaziali, strutture e dispositivi architettonici capaci di stabilizzare e riconfigurare le condizioni del reale.
Il tema di quest’anno esprime la volontà di promuovere approcci sperimentali orientati alla ricerca di diverse forme di equilibrio contemporaneo attraverso il progetto di architettura. Un equilibrio inteso come qualità dinamica che attraversa l’intero processo progettuale e rappresenta il punto di incontro tra forze opposte: stabilità e cambiamento, memoria e innovazione, naturale e artificiale, permanenza e trasformazione, struttura e vuoto. L’architettura ricerca tale equilibrio non come stato immobile, ma come processo continuo, aperto a condizioni temporanee. In un mondo frammentato e instabile, il progetto diventa atto di sintesi e misura, capace di restituire coerenza e significato al paesaggio contemporaneo.
WAVe 2026 indagherà il tema dell’equilibrio a partire dagli attuali scenari di precarietà. I partecipanti saranno chiamati a sviluppare teorie e progetti in grado di organizzare forme e spazi della collaborazione entro registri di compresenza adattiva e di mutuo supporto, concepiti come sistemi capaci di trasformare le tensioni interne in risorse strutturali e spaziali.
La ricerca dell’equilibrio si configura come azione combinatoria che integra competenze tecniche e saperi umanistici. L’architettura è chiamata ad assorbire e mediare le discontinuità generate dall’influenza antropica sullo spazio, configurandosi come dispositivo al tempo stesso riparativo e organizzativo dell’habitat contemporaneo. Il progettista è invitato a concepire l’architettura come sistema relazionale, capace di costruire un terreno comune e riorganizzare gli equilibri all’interno di contesti specifici.
Questa edizione di WAVe rafforza la cooperazione internazionale tra università e costruisce una piattaforma culturale condivisa, nella quale studenti e docenti dialogano nella cornice veneziana.
Balance si propone di consolidare una rete di cooperazione capace di generare, attraverso il lavoro di ricercatori e studenti, una pluralità di visioni, metodi e approcci progettuali. Tali contributi saranno orientati alla riconfigurazione di spazi irrisolti e condizioni di disparità presenti nella città contemporanea, assumendo il sapere architettonico come strumento di trasformazione.
La teoria assume un ruolo centrale quale strumento anticipatore, capace di riorganizzare il pensiero e orientare l’azione progettuale. Attraverso la riflessione teorica e la sperimentazione, WAVe 2026 invita i partecipanti a immaginare dispositivi architettonici in grado di valorizzare risorse limitate, riequilibrare disarmonie spaziali e sociali e contribuire a processi di riparazione, riordino e riscoperta di luoghi in equilibrio.
Michel Carlana, Simone Gobbo
Coordinatori scientifici WAVe 2026
Atelier
CEPT University, Ahmedabad, India
Smit Vyas
At the Still Point of the Turning World
L’eredità più duratura dell’architettura rimane la sua fede nella forza, nella funzionalità e nella bellezza condivisa: firmitas, utilitas, venustas. Gli architetti sono formati per stabilizzare, unificare e risolvere le condizioni. Viene insegnato loro a riunire le parti in un tutto, a consolidare l’esperienza vissuta del mondo, a portare equilibrio e a proteggerla dall’incertezza. Questo habitus persiste nonostante secoli di crisi che avrebbero dovuto renderlo discutibile. Oggi, tuttavia, la compulsione verso il consolidamento e l’equilibrio appare meno come un segno di responsabilità e più come una farsa, che si dispiega parallelamente all’esaurimento delle risorse materiali, all’accesso di edifici, alle città invivibili, al lavoro di sfruttamento, alla disuguaglianza e alla guerra. Il tutto viene estetizzato attraverso i media, lo spettacolo e la celebrazione istituzionale.
In contrapposizione alle strutture narrative che implicano una finalità e a una concezione teleologica del progresso, il workshop esplora come l’architettura possa funzionare nel caso in cui il rassicurante conforto dell’equilibrio, della logica e delle conclusioni positive non faccia più parte dell’episteme. Il workshop si interroga su cosa diventi la pratica architettonica quando i presupposti di un sito stabile, di un programma fisso, di un’autorialità singolare, della certezza dei materiali e di un linguaggio disciplinare consolidato non possano più essere sostenuti.
In questo contesto, vengono prese in esame tre rotture che mettono in discussione la chiarezza e la linearità del processo architettonico convenzionale, il quale opera con una chiarezza e una semplicità che spesso nascondono un’inerzia concettuale più profonda.
Ambientata in un luogo familiare di Venezia, la prima interruzione è un incidente nella storia: una collisione tra opere classiche che ridefinisce il luogo dell’intervento. La seconda è una contaminazione letteraria che destabilizza l’intenzione programmatica e la certezza narrativa. La terza è un imperativo ecologico che governa l’organizzazione, la logica spaziale e lo sviluppo formale. Insieme, queste interruzioni sfuggono a una risoluzione schematica e costringono i progetti a confrontarsi con l’incertezza attraverso atti di recupero, appropriazione e malizia.
Questo approccio interdisciplinare non mira a indebolire la specificità architettonica, bensì a rafforzarla. Il workshop propone l’architettura non come una conclusione definitiva, ma come un costrutto aperto in grado di sostenere molteplici letture, temporalità e forme di partecipazione. Riconosce che la coerenza può essere provvisoria, che le conclusioni possono rimanere aperte e che il significato può essere distribuito nel tempo e nell’interpretazione. In questa indeterminatezza risiede l’opportunità di concepire l’architettura non come il capitolo finale di una storia, ma come un invito a continuarla.
Enrico Dusi Studio
Enrico Dusi
Venezia improbabile. Nuovi scenari per il mercato di Rialto
Come si stanno trasformando i campi, le calli e gli spazi pubblici veneziani? Se questi luoghi non rappresentano più esclusivamente il teatro della vita quotidiana dei residenti, quale ruolo possono assumere all’interno di una città attraversata da popolazioni che la abitano secondo tempi, bisogni e modalità d’uso profondamente differenti? È possibile immaginare spazi capaci di mettere in relazione chi vive la città ogni giorno e chi la attraversa soltanto per poche ore?
A partire da queste domande, il workshop assume come caso studio l’area del mercato ortofrutticolo di Rialto. Luogo simbolico della storia commerciale veneziana, il mercato vive oggi una fase di progressivo ridimensionamento che lo rende un osservatorio privilegiato delle trasformazioni in corso e, allo stesso tempo, un terreno fertile per sperimentare nuovi scenari urbani.
Il workshop non guarda a Rialto come a un luogo da restaurare o da riportare a una condizione perduta, ma come a un campo di sperimentazione per immaginare ciò che Venezia potrebbe diventare.
Il progetto sarà inteso come uno strumento capace di costruire relazioni inattese tra programmi, utenti e forme dello spazio pubblico. Non si tratta di risolvere un singolo problema, ma di immaginare nuove convivenze: tra chi resta e chi passa, tra usi ordinari e straordinari, tra infrastrutture quotidiane e dispositivi urbani inediti. Servizi per i residenti e infrastrutture per i visitatori, permanenza e transitorietà, potranno convivere all’interno di architetture ibride pensate per generare nuove forme di vita collettiva.
Rialto diventa così un laboratorio aperto alla sperimentazione. Gli studenti saranno invitati a esplorare proposte radicali, capaci di muoversi tra realismo e immaginazione, confrontandosi con la tradizione veneziana ma anche con sistemi costruttivi, tecnologie e culture progettuali provenienti da contesti lontani. Strutture leggere e architetture massive, interventi temporanei e permanenti, infrastrutture minime e gesti monumentali potranno convivere all’interno della stessa ricerca.
In una stagione in cui le risorse disponibili per trasformare le città sono sempre più limitate, il workshop rivendica il valore del progetto come strumento di immaginazione. Rialto diventa il pretesto per riflettere sul futuro di Venezia, ma anche per interrogarsi sul destino dello spazio pubblico contemporaneo.
Non ci interessa descrivere Venezia com’è. Ci interessa immaginare ciò che potrebbe diventare.
ETSAM, Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Madrid, Universidad Politécnica de Madrid (UPM), Spagna
Eduardo Roig, Nieves Mestre
Counter-balance. Architecture Far from Equilibrium
PERCHÉ? Gli approcci convenzionali all’architettura, basati sull’equilibrio, spesso trascurano la complessità dei sistemi reali, i quali sono intrinsecamente instabili, contingenti e dipendenti dal contesto. Questo workshop propone un’indagine narrativa e spaziale sull’intreccio tra territorio, memoria, estrazione e architettura. Anziché intendere l’architettura come un oggetto stabile, essa viene considerata come un campo dinamico plasmato da livelli temporali, flussi materiali e negoziazioni ecologiche. Concepito come uno sforzo collettivo, il workshop introduce il concetto di contrappeso: una pratica situata e reattiva, capace di affrontare attrito, squilibrio e incertezza attraverso mezzi critici e immaginativi.
COME? Il workshop attinge al concetto di microstoria di Carlo Ginzburg, adottando una metodologia di “Research by Design” combinata con il lavoro sul campo. Concentrandosi su situazioni specifiche, marginali o trascurate, affronta condizioni culturali e politiche più ampie attraverso processi di riduzione e osservazione attenta. Questo approccio mette in primo piano le interdipendenze tra agenti umani o non umani, rivelando come materia, lavoro, energia e forme di vita siano intrecciate all’interno di processi di trasformazione in corso. Ispirandosi a Here (2020) di Richard McGuire, il workshop concepisce lo spazio su basi scientifiche, dove temporalità multiple coesistono all’interno di un unico fotogramma. L’architettura viene affrontata come un accumulo di livelli, tracce e interruzioni che mettono a nudo i costi insiti nell’estrazione, nell’abitare e nella trasformazione.
COSA? Il corso mira a portare alla luce le infrastrutture nascoste, gli impatti ambientali e le stratificazioni storiche insite nel sito. Promuove un approccio critico all’osservazione fondato sulla documentazione della quotidianità, ponendo il disegno come strumento di ricerca per mettere in discussione le rappresentazioni convenzionali dell’architettura e del territorio. Gli studenti sono invitati a produrre un saggio grafico attraverso lo sviluppo di un linguaggio personale, utilizzando mezzi ibridi quali il disegno, la cartografia, il collage, la fotografia, il materiale d’archivio e le immagini generate dall’intelligenza artificiale come strumento speculativo.
CHI? Gli studenti lavoreranno in gruppi per selezionare un luogo comune di Venezia e interpretarlo come sezione archeologica, archivio climatico e ambiente interspecie. Ogni gruppo realizzerà un’opera audiovisiva composta da 9 a 12 scene, tutte riprese da un punto di vista fisso e che articolino almeno tre temporalità. Queste possono includere processi estrattivi del passato, sistemi energetici invisibili, rifiuti accumulati o trasformazioni progettate. L’opera potrà combinare disegno, collage, fotografia, diagrammi, mappature, materiale d’archivio e testo.
FaAAD Facultad de Arquitectura, Arte y Diseño, Universidad Diego Portales (UDP), Santiago, Cile
Alejandra Celedon, Serena Dambrosio, Nicolás Stutzin
Il progetto architettonico è un dispositivo per bilanciare le forze: un luogo di negoziazione, di incontro e, in ultima analisi, un sito epistemologico. Partendo da questo triplice approccio, il workshop propone di utilizzare il progetto di due settimane come tempo e spazio di misurazione. Inteso come equilibrio, il progetto può soppesare le forze in gioco nella progettazione — aumentando il peso di una variabile per compensarne altre. Attraverso la creazione di diagrammi, la modellazione e un progetto audiovisivo, gli studenti sperimenteranno tre modalità di registrazione e comunicazione in un approccio transmediale al design thinking.
Le pressioni economiche innescano continuamente il nuovo, di nuovo. Il workshop resiste alla forza di tali pressioni e integra il progetto come dispositivo di bilanciamento — introducendo variabili ambientali e strategie di riutilizzo, variabili sociali per la costruzione di comunità, fattori politici e legali, approcci patrimoniali, forze culturali e altro ancora. Ridisegnando le tipologie, modellando inserimenti programmatici e producendo un’opera audiovisiva, il workshop verifica l’idea che l’inversione di valore possa diventare una pratica progettuale a sé stante — una pratica che ci consenta di riallineare le forze in gioco.
- Utilizzo di modelli per la riprogrammazione in pianta come compito editoriale. Scala 1:1000
- Ridisegnare con la carta come pratica progettuale per reimmaginare le tipologie. Scala 1:100
- Utilizzo della cinematografia e della narrazione (in-verse, re-verse, meta-verse) per incorporare il tempo nell’intreccio delle forze in gioco, come strumento curatoriale. Scala 1:1
FARAGUNA
Andrea Faraguna
Monsters
Nell’ultimo anno della sua vita, Galileo Galilei scrisse un sonetto intitolato Mostro son io, “Sono un mostro”. Pubblicato postumo nel 1643 tra gli enigmi di Antonio Malatesti, descrive un corpo più strano dei consueti ibridi del mito, più strano di un’Arpia, di una Sirena o di una Chimera. La sua mostruosità non risiede nelle sue componenti, ma nella relazione tra di esse: “Parte a parte non ho che sia conforme, più che s’una sia bianca e l’altra nera”, “nessuna parte di me si conforma a un’altra, più di quanto una sia bianca e l’altra nera”. Il mostro è un corpo le cui parti non appartengono l’una all’altra, eppure restano in piedi. Abita l’oscurità; portato troppo alla chiara luce della spiegazione, i suoi arti disgiunti si separano, e perde il suo essere, la sua vita e il suo nome.
Ciò che per Galileo era un enigma è, oggi, una condizione storica. “Il vecchio mondo sta morendo e il nuovo mondo fatica a nascere: ora è il tempo dei mostri”, scriveva Gramsci dalla prigione negli anni ‘30, e la sua diagnosi ci descrive. L’architettura opera all’interno di questo interregno: i suoi archetipi (il tempio, la cella, il cortile, il magazzino, la caverna) non corrispondono più alle vite, ai climi e alle cosmologie che dovevano ospitare, e i nuovi tipi non sono ancora arrivati. I mostri che si trovano tra di esse sono già tra noi.
Gli ordini che possono essere combinati in questo modo non sono solo formali. Sono tipologici, ma anche narrativi, rituali, materiali, climatici, cosmologici. Un edificio può essere mostruoso nella sua pianta, ma altrettanto nella sua trama, nei riti che ospita, nella cosmologia che incarna.
Il workshop si ispira a Otherworlds (2025) di Federico Campagna e al suo concetto centrale di sincretismo: la fusione produttiva di sistemi religiosi, filosofici e cosmologici incompatibili che da tempo caratterizza la cultura mediterranea in contrapposizione alle narrazioni lineari del Nord. La Cappella Palatina riunisce in un unico spazio un re normanno, mosaici bizantini e un soffitto a muqarnas arabo. Il Palazzo di Diocleziano a Spalato è stato una città medievale per quindici secoli. Non si tratta di fallimenti dell’unità ma di un diverso tipo di equilibrio, una forma di riparazione, che le categorie nordeuropee non sono mai state concepite per comprendere.
Gli studenti lavoreranno a un programma a loro scelta, concepito come l’assemblaggio intenzionale di archetipi incompatibili. La combinazione potrà essere tipologica (una cosa che è anche in magazzino), narrativa (un edificio la cui pianta è governata da una storia tratta da un’altra cultura), materiale (la logica del legno nordico con la muratura meridionale) o cosmologica (uno spazio domestico organizzato secondo ordini rituali che non gli appartengono). Il risultato atteso non è un edificio risolto, ma un mostro coerente: un progetto in cui lo squilibrio è l’architettura e le giunture tra gli ordini sono tenute in tensione piuttosto che nascoste. All’abitante viene chiesto di abitare un corpo che non appartiene del tutto a sé stesso, così come a noi viene chiesto, in questo interregno, di abitare un mondo che non appartiene del tutto a sé stesso.
Felgendreher Olfs Köchling Architects
Christina Köchling
Trouble in Paradise II – Unglued Timber Constructions in Thuringia
La Turingia è uno stato federale situato nella Germania orientale, dove ha sede l’università Bauhaus di Weimar. Grazie alla sua abbondanza di boschi, lo stato si è guadagnato il soprannome di “cuore verde della Germania”. Oggi le foreste soffrono gravemente per lo stress idrico, che indebolisce le difese degli alberi e li rende vulnerabili a funghi, coleotteri, tempeste e incendi. È essenziale un ritorno alle foreste miste più resilienti al clima, e l’intervento umano per il rimboschimento è inevitabile.
Dalla riunificazione tedesca del 1990, la Turingia ha subito una profonda trasformazione che ha interessato in misura diversa sia le aree urbane che quelle rurali. Mentre città come Erfurt e Jena si sono trasformate in centri economici, le zone rurali devono spesso fare i conti con lo spopolamento e problemi infrastrutturali. La Turingia si trova ad affrontare una situazione economica difficile, caratterizzata da una persistente debolezza economica, da un calo demografico e da edifici abbandonati.
La “Fondazione Baukultur Thüringen” afferma nel suo programma: Tutti noi possiamo vedere e percepire chiaramente gli effetti di un pianeta che ha raggiunto i propri limiti. Partire da ciò che già possediamo è la risposta efficace alle sfide che ci attendono. Gli edifici e le infrastrutture esistenti racchiudono infatti enormi quantità di energia, emissioni e materiali, ma anche importanti dimensioni sociali e culturali. Preservarli e continuare a utilizzarli in modo coerente — sia che si tratti di edifici o infrastrutture, di materiali da costruzione o di terreni — non solo ci avvicinerebbe al raggiungimento dei nostri obiettivi dinamici. Ecco perché la Fondazione si impegna a promuovere una cultura della ristrutturazione attraverso alleanze, progetti e iniziative educative.
Poiché desideriamo sfruttare il potenziale della risorsa naturale della Turingia — il legno riducendo al minimo gli sprechi di materiale, siamo interessati a tre aspetti delle costruzioni in legno non incollato:
- L’utilizzo di elementi corti e rettangolari per le strutture comporta un impegno minimo in termini di lavorazione, brevi distanze di trasporto e metodi di costruzione semplici. Il materiale può essere reperito localmente e lavorato da falegnami locali.
- Quando si utilizzano tronchi interi come elementi portanti, l’intera sezione trasversale del tronco può essere sfruttata strutturalmente e non si producono scarti.
- Nel caso di costruzioni in legno non incollato, i giunti possono essere smontati e gli elementi riutilizzati in un secondo momento.
Le rovine in Turingia saranno restaurate con nuovi tetti o ampliamenti. Le esigenze contemporanee saranno soddisfatte utilizzando componenti in legno non incollato, economici e di provenienza locale. Ci ispireremo ai metodi di costruzione a basso consumo di materiale degli anni ’20 e ’50. Questi saranno adattati per soddisfare il nuovo requisito della riutilizzabilità futura, il che significa che saranno progettati per essere smontati. Il nuovo impiego di giunti in legno massiccio o metallo consente di ridurre le sezioni trasversali del legno; l’approvvigionamento locale dei materiali comporta un risparmio sul trasporto, mentre i componenti più corti consentono di risparmiare energia e riducono la necessità di processi industriali durante l’assemblaggio. L’estetica dei giunti e la conseguente espressione architettonica risulteranno così contemporanee.
Il concetto di equilibrio può essere inteso qui come “il punto d’incontro tra forze opposte: stabilità e cambiamento, memoria e innovazione, naturale e artificiale, permanenza e trasformazione”, come specificato nel programma WAVe 2026. Il progetto mira sia a preservare e utilizzare le risorse esistenti della Turingia, sia a contribuire a una trasformazione positiva e fattibile.
Jean-Benoît Vétillard architecture, Piovenefabi
Jean Benoît Vétillard , Ambra Fabi, Giovanni Piovene
Gravity Matters
Questo workshop rifletterà sulla forza che, più di ogni altra, governa il nostro rapporto con il mondo, con gli oggetti e con gli altri. Nel corso di tre settimane, cercheremo di stabilire equilibri instabili e di emanciparci temporaneamente dalla gravità per creare nuovi rapporti con ciò che ci circonda. L’equilibrio costituisce una condizione fondamentale dell’esistenza, nell’intersezione tra corpo, materia e strutture sociali. Lungi dall’essere uno stato stabile o definitivo, esso implica un continuo aggiustamento tra forze di tensione.
Attraverso il peso — inteso sia come realtà fisica, sia come unità di scambio, sia come metafora normativa — emerge una lettura trasversale dell’equilibrio, che plasma il modo in cui abitiamo il mondo.
La gravità e la ricerca dell’equilibrio possono essere intese come forze motrici attraverso cui interpretare la storia dell’architettura, dalla rivoluzione industriale ai giorni nostri, un processo che ha subito una forte accelerazione nel periodo del dopoguerra. A partire dalla brevettazione di materiali innovativi come il cemento armato e dallo sviluppo di pannelli di vetro sempre più grandi e performanti, l’architettura e l’edilizia in generale sono state caratterizzate da una costante e progressiva ricerca di leggerezza. Questa evoluzione si è concretizzata attraverso la smaterializzazione del muro massiccio e la sua trasformazione in un sistema di strati leggeri e altamente performanti.
Il nostro obiettivo è quello di inserirci pienamente in questa narrazione e spingere questa ricerca verso le sue conseguenze più estreme, riallacciandoci idealmente alle avanguardie radicali che hanno immaginato e teorizzato la quasi-scomparsa della gravità — tra cui Buckminster Fuller, Archigram, Richard Rogers, e Yona Friedman. Trarremo ispirazione anche dalle visioni di illustratori e narratori grafici come Moebius, Miyazaki, Schuiten… che hanno esplorato mondi fluttuanti, città sospese e architettura liberata dai vincoli terrestri.
L’esercizio si divide in tre frasi principali:
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Gravità
La prima settimana è dedicata allo studio di un edificio esistente. Lavorando in gruppi di tre, gli studenti documentano, analizzano e rappresentano un’architettura leggera del dopoguerra attraverso la realizzazione di tre modelli in scale diverse ma con un peso simile. Questo vincolo diventa un modo per interrogarsi sulla materialità, la densità e le gerarchie costruttive del progetto. Ogni scala, peso e condizione dei materiali implica una selezione precisa degli elementi rappresentati, strutturando così un approccio architettonico fondato sull’analisi critica. In che misura siamo ancora in grado di riconoscere l’edificio originale? L’edificio semplificato diventa inevitabilmente un nuovo progetto, legato a quello originale? L’obiettivo pedagogico è comprendere l’architettura come un sistema materiale soggetto alla gravità, in cui forma, struttura e peso sono inseparabili. -
Equilibrio
La seconda settimana si basa su uno scambio tra gruppi: ogni team consegna il proprio lavoro di ricerca ad un altro gruppo, che dovrà poi reinterpretare l’edificio studiato. Partendo da queste conoscenze, gli studenti trasformano l’architettura in un aquilone, compiendo un capovolgimento fondamentale: passando da una struttura ancora al suolo e una forma in grado di emanciparsi dalla gravità. Questa fase incoraggia la sperimentazione e la speculazione formale. L’architettura diventa qui un materiale di trasformazione, combinando analisi costruttiva, immaginazione e traduzione radicale dei principi architettonici. -
Volo
L’ultima settimana è dedicata ai test di volo, alla documentazione e alla scenografia. Gli aquiloni vengono testati in condizioni reali e poi documentati attraverso la fotografia, il disegno e il video. Che volino o meno, ogni progetto diventa un oggetto culturale, messo in scena all’interno di una mostra collettiva. La gravità diventa così allo stesso tempo un fondamento, un vincolo e una leva per la trasformazione.
LAN (Local Architecture Network)
Umberto Napolitano
Alter Ego - The Double Life of a Building in Paris
Il workshop Alter Ego esplora il tema dell’equilibrio attraverso un singolo edificio parigino: un ex garage situato all’interno di un isolato haussmanniano, trasformato nel 2019 nella sede dello studio LAN.
Anziché dare per scontata questa trasformazione, il workshop torna al momento che l’ha preceduta. Si parte da una semplice domanda: e se, invece di diventare uno studio di architettura, questo edificio fosse stato convertito in alloggi?
Questo progetto mai realizzato diventa l’alter ego di quello esistente — non come alternativa ipotetica, ma come realtà parallela fondata sulle stesse condizioni. Gli studenti partiranno dalla stessa struttura, dallo stesso contesto e dagli stessi vincoli per sviluppare un progetto che avrebbe potuto esistere, ma che non è mai stato realizzato.
“La forma rimane, mentre le funzioni cambiano”.
(Aldo Rossi)
Attraverso questa duplice condizione, l’edificio viene inteso come punto di divergenza piuttosto che di risoluzione. Esso rivela la molteplicità di possibilità insite in ogni situazione architettonica e il ruolo del progetto come momento di scelta — un momento in cui l’architettura seleziona una traiettoria tra i molti futuri latenti, lasciandone altri non realizzati ma comunque presenti.
L’esercizio si svolge a Parigi, una delle città più densamente popolate d’Europa, dove il tessuto urbano haussmanniano ha dato vita a un modello straordinario di equilibrio urbano. Grazie alla continuità dei blocchi, alle altezze controllate, ai cortili comuni e alla ripetizione strutturale, ha creato una forma di densità al tempo stesso intensa e vivibile, che coniuga vicinanza, diversità di funzioni e vita di comunità.
Questo modello storico descrive una realtà contemporanea in cui la città non si espande più, ma si trasforma dall’interno. La comparsa dei garage all’inizio del ventesimo secolo riflette la logica utilitaristica della modernità; la loro trasformazione preannuncia un paradigma in cui le strutture esistenti diventano la risorsa primaria per lo sviluppo futuro.
In questo contesto, la densità non è solo spaziale, ma anche ecologica. Costruire in modo denso significa limitare l’uso del suolo, evitare la dispersione, e condividere le risorse. La questione non è solo densificare, ma come conferire qualità alla densità — come trasformare l’intensità in valore spaziale, sociale e ambientale.
Lavorare sull’esistente rappresenta quindi una scelta sia culturale che ecologica. Trasformare anziché costruire significa evitare di produrre nuova materia e inserire l’architettura in una logica di moderazione. Il Progetto diventa un’ecologia di gesti — misurati, locali e reversibili — in cui ogni intervento è calibrato in relazione a ciò che già esiste.
Come ha dimostrato Stewart Brand, gli edifici non sono oggetti statici, bensì sistemi in continua evoluzione, che si adattano costantemente nel corso del tempo.
L’architettura non consiste nel creare qualcosa di nuovo.
Consiste nel trasformare ciò che già esiste.
Attraverso disegni, modelli e rappresentazioni su diverse scale, gli studenti svilupperanno un approccio non lineare alla progettazione, muovendosi tra memoria e cambiamento, struttura e funzione, permanenza e adattamento. L’obiettivo non è quello di risolvere queste tensioni, ma di tenerle insieme all’interno di un progetto che rimanga aperto e contestualizzato.
College of Architecture Myongji University (CAMU), Seoul, Repubblica di Korea
Lee Kyeong Jae
Counterweight: A Salvage Scenario for the Empathetic City
L’ascesa della Corea del Sud nasconde un paradosso con cui l’architettura non ha ancora imparato a fare i conti appieno. Nell’arco di una sola generazione — a memoria d’uomo — una nazione devastata dalla guerra e ridotta a una delle economie più povere del pianeta si è ricostruita fino a diventare una potenza industriale e culturale globale di prim’ordine. La Corea del Sud oggi detiene la leadership mondiale nei settori dei semiconduttori, delle tecnologie di visualizzazione, della cantieristica navale e della produzione di batterie, e occupa una quota significativa dei mercati globali dell’automobile e degli smartphone ed esporta le sue forme culturali — musica, cinema, teatro — con una portata e un appetito che poche nazioni sono riuscite a sostenere. La traiettoria è, sotto ogni punto di vista storico, straordinaria. Eppure l’ombra proiettata da questa ambizione vertiginosa è altrettanto vasta, e ricade con più pesantezza proprio sulle persone che hanno costruito l’edificio: tassi di suicidio ai massimi livelli, il tasso di natalità più basso mai registrato ufficialmente tra le nazioni sovrane, un’ansia corrosiva diffusa in ogni stato demografico e una società segnata da fratture lungo ogni asse immaginabile — tra anziani e giovani, ricchi e poveri, nativi e migranti, chi possiede titoli di studio e chi ne è escluso. L’architettura, come fa sempre e fedelmente, ha tradotto queste condizioni direttamente nella forma costruita.
La tipologia residenziale dominante — il complesso di grattacieli residenziali, recintato e chiuso da cancelli, monoculturale nella composizione dei suoi inquilini e nelle sue aspirazioni — svolge il proprio ruolo sociale con agghiacciante efficienza. Filtra la città, lo straniero e l’incontro casuale. Stratifica le classi economiche in involucri visibili di esclusione e desiderabilità. I mercati di strada che un tempo erano il fulcro della vita di quartiere e sostenevano le microeconomie dello scambio umano vengono sistematicamente sostituiti da piattaforme di comodità senza attrito e senza volto. La scuola, assoggettata a un regime di preparazione competitiva, lascia ai bambini poco spazio per la spontaneità, l’esplorazione o la semplice gioia. La strada stessa – storicamente il bene comune della città, il palcoscenico del digressivo e del reciproco – è stata ceduta quasi interamente al motorizzato e al commerciale. A coloro che cadono completamente al di fuori del raggio della partecipazione economica vengono assegnati spazi che sminuiscono anziché offrire riparo: la stanza singola, il goshiwon, l’architettura del minimo indispensabile.
Ciò che è andato perduto non è solo una questione di comfort o di impoverimento estetico. Ciò che è andato perduto è la grammatica spaziale attraverso la quale una società mette in pratica la cura — la disposizione di soglie, cortili, sentieri e luoghi di ritrovo che permette a una persona di incontrare un’altra senza che la transizione commerciale sia l’unica logica mediatrice.
L’equilibrio, in questo contesto, non è una proposta decorativa o filosofica. È una necessità strutturale urgente — un contrappeso da collocare in modo deliberato e preciso contro la massa accumulata di una crescita strumentale. Questa è la premessa generativa dello studio presso l’Università di Myongji: cercare la misura spaziale, l’invenzione architettonica, che ripristinino l’equilibrio — non attraverso il recupero nostalgico di una forma precedente, ma attraverso una proposta rigorosa fondata su ciò che le città, in condizioni molto diverse, hanno già imparato a fare.
Ci rivolgiamo a Venezia — non come un monumento da ammirare a debita distanza, ma come un laboratorio vivente in cui le dinamiche rimangono autenticamente istruttive. La città resiste come contro-modello proprio perché non è mai stata organizzata secondo la logica della produttività o dell’accumulazione competitiva. I suoi campi, calle, sottoportego, e fondamenta costituiscono una pedagogia dell’incontro: un percorso di lentezza e vicinanza insito nella geometria stessa dell’insediamento. Venezia dimostra che la densità non deve necessariamente produrre alienazione; che l’acqua, che isola, riunisce anche; che l’assenza forzata dell’automobile non è una privazione, ma il recupero della strada come palcoscenico condiviso per la vita stessa. La persistenza della città come luogo di significato è, alla radice, una lezione sulle condizioni spaziali che permettono all’empatia di esistere e sopravvivere.
Da questo incontro tra Seul e Venezia, lo studio chiede agli studenti di compiere un atto di recupero architettonico — non un’importazione, né un’imitazione superficiale di canale e campo, ma uno scavo meticoloso di ciò che rimane vitale e generativo nel tessuto urbano superstite di Seul: la socialità concentrata dei mercatini nei vicoli di Jongno, l’intimità su misura dei cortili degli hanok, la reciprocità ambientale dei vecchi quartieri residenziali prima che la macchina della riqualificazione arrivi a sostituirli con grattacieli e corridoi sotterranei. Da questi frammenti sopravvisuti, vengono proposti e testati nuovi archetipi: forme spaziali capaci di reintrodurre nella città contemporanea ciò che la parola coreana 정 (jeong) designa con una precisazione che la traduzione può solo approssimare — quel legame affettivo di attaccamento tra persone e luogo, quella disposizione di calore verso il vicino e lo straniero allo stesso modo, quella qualità di vita condivisa che distingue un quartiere da una zona postale.
L’architettura raggiunge l’equilibrio non mediando le forze opposte in una comoda neutralità, ma creando le condizioni in cui tali forze possano coesistere, dialogare e, talvolta, trasformarsi a vicenda. Lo studio è, in questo senso, un microcosmo della città che aspira a proporre: uno spazio in cui rigore e immaginazione, analisi e intuizione, la dimensione globale e quella profondamente locale negoziano la propria forma di equilibrio.
New York Institute of Technology School of Architecture and Design (NYIT), New York, Stati Uniti
Raffaella Laezza, Giovanni Santamaria, Evan Shieh
Sacred Equilibria: The Architecture of New Cosmogonies
Questo workshop indaga l’equilibrio come condizione sacra e valore umanistico condiviso, al di là di attribuzioni strettamente religiose o culturali. Intende l’architettura come una pratica di mediazione spaziale attraverso scale dimensionali e temporali, tra condizioni fisiche (corpo, materia, città, territorio, cosmo) ed effimere (tempo, memoria, emozione, atmosfera e vita collettiva). In un mondo plasmato dall’instabilità ecologica, dall’estrazione di materie prime, dalle conseguenze delle emissioni di carbonio, dalla frammentazione socioculturale e dalla presenza sempre più marcata dell’intelligenza artificiale nella cultura del design, l’equilibrio non può più essere inteso come armonia statica o simmetria predefinita. Deve invece essere affrontato come un processo dinamico di ricalibrazione, che concilia le scale umana e planetaria, la costruzione e la moderazione, la permanenza e la temporalità, la terra e l’acqua, il giudizio umano e l’intelligenza artificiale.
Il workshop si interroga su come sia possibile raggiungere la sacralità in spazi che tradizionalmente non sono considerati tali. Anziché concentrarsi sui monumenti convenzionali o sui simboli della sacralità, gli studenti ne esploreranno la presenza estesa e relazionale all’interno di siti urbani, soglie infrastrutturali, spazi residuali, condizioni sotterranee, paesaggi acquatici e altri territori interstiziali. Si tratta di luoghi in cui l’architettura può produrre maggiore attenzione, significati collettivi, consapevolezza ecologica e cura reciproca. L’atto stesso di costruire verrà considerato come un atto sacro: un atto che trasforma la materia, organizza il lavoro, consuma energia, comporta un impatto ambientale legato al carbonio incorporato, e instaura nuove relazioni tra le persone e il mondo. Allo stesso tempo, il workshop analizzerà le intelligenze artificiali non semplicemente come strumenti per la creazione di immagini o per l’efficienza, ma come una nuova forma di lavoro progettuale da valutare criticamente alla luce della conoscenza incarnata, delle conseguenze materiali, dei valori umani e della responsabilità collettiva.
Il workshop si articolerà come un’indagine comparativa attraverso un arcipelago di condizioni urbane e territoriali, in cui città, isole, infrastrutture, paesaggi, soglie e spazi residuali vengono interpretati come frammenti all’interno di una più ampia costellazione ecologica e culturale. Anziché considerare il sito come un confine fisso, il corso intenderà ogni luogo come un campo di relazioni plasmato dal movimento, dalla vulnerabilità, dalla memoria, dall’atmosfera, dalla trasformazione materiale e dalla vita collettiva. In questa estesa area geografica, gli studenti analizzeranno come l’architettura possa ricalibrare il rapporto tra corpo, materia, città, paesaggio e cosmo. La costellazione e l’arcipelago di siti proposti creeranno un dialogo tra scale, velocità e geografie, mentre strumenti generativi saranno utilizzati per rivelare, distorcere e reimmaginare possibili allineamenti. Sospeso tra memoria e trasformazione, materia e atmosfera, tra le intelligenze rapide e lente del luogo, il workshop svilupperà proposte che considerano il progetto come un atto sacro di calibrazione spaziale, allineando la vita umana alle forze instabili, relazionali e cosmologiche che plasmano l’ambiente costruito come pratica collettiva condivisa.
PARABASE
Pablo Garrido Arnaiz, Carla Ferrando Costansa
EXFORMA
EXFORMA esplora i concetti di Riutilizzo, Riconversione e Riciclaggio. Questi processi fungono da metodi per il recupero dei rifiuti, mettono in discussione i processi produttivi consolidati e contrastano l’obsolescenza, conferendo al contempo una seconda vita a componenti e materiali. Offrono inoltre una nuova lettura degli ambienti in cui viviamo. Tuttavia, nonostante, la loro attuale rilevanza e innegabile necessità, queste pratiche circolari faticano spesso a stabilire una connessione più ampia con la disciplina dell’architettura. A volte possono persino mettere in secondo piano altri aspetti architettonici quando vengono considerate sufficienti di per sé per un progetto.
EXFORMA invita a riflettere collettivamente su come sia possibile coniugare queste strategie circolari con obiettivi culturali più ambiziosi, saldamente radicati nella storia dell’architettura. Allineandoli a concetti diversi quali ready-made, as-found, objet-trouvé, copia, campione, appropriazione, decontestualizzazione o bootlegging, questi processi entrano in risonanza con altre pratiche culturali contemporanee. Allo stesso tempo, quando si affrontano questioni tecniche di struttura e assemblaggio, i principi del design circolare offrono una duplice opportunità: da un lato, la comprensibilità della costruzione e, dall’altro, la possibilità di un’espressione innata dell’architettura.
EXFORMA esplora prospettive alternative sul Riutilizzo e altre strategie circolari, mettendo in discussione i nostri modelli di costruzione e consumo attraverso una riflessione sull’economia dei mezzi, dei materiali e dell’energia. In quanto tali, gli edifici sono la testimonianza materiale di una storia sociale ed economica e non possono essere intesi come forme autonome. Durante il seminario ci concentreremo sull’atto fisico della costruzione. L’economia circolare e le diverse strategie di riutilizzo ci guideranno in questo processo. Lasciandoci alle spalle il formalismo e le convenzioni, creeremo architetture nate dalla profonda comprensione dell’atto di costruire, considerando l’architettura come atto tecnico, culturale e politico piuttosto che un puro esercizio di progettazione.
PERIS+TORAL ARQUITECTES
Marta Peris, José Toral
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Il workshop indaga il potenziale architettonico della condivisione come risposta a una profonda trasformazione dei modi dell’abitare. L’aumento delle famiglie unipersonali e l’emergere di nuovi modelli familiari e di convivenza — DINK (double income, no kids), LAT (living apart together), famiglie monoparentali, anziani che vivono soli o forme di abitare condiviso — stanno ridefinendo il rapporto tra abitazione, spazio e risorse. Quando l’alloggio viene concepito esclusivamente come una somma di unità private autosufficienti, tende a moltiplicare spazi, attrezzature e consumi: più abitazioni per un numero minore di persone, più metri quadrati per abitante e una maggiore duplicazione delle risorse all’interno di ogni unità domestica.
Questa situazione può essere letta attraverso il paradosso di Jevons. Sebbene gli edifici stiano diventando sempre più efficienti dal punto di vista energetico per metro quadrato, non stanno necessariamente diventando più efficienti per persona. Se la superficie occupata da ciascun abitante aumenta, i miglioramenti tecnici possono essere neutralizzati dall’incremento dei consumi complessivi. Il problema, quindi, non riguarda soltanto le prestazioni dell’edificio, ma anche gli indicatori attraverso cui viene misurata la sostenibilità. Da questa prospettiva, il workshop propone uno spostamento dall’efficienza alla sufficienza: interrogandosi su quanto spazio sia realmente necessario, quali risorse non debbano più essere duplicate e quali spazi possano essere condivisi senza impoverire l’esperienza dell’abitare.
Questa riflessione rimanda al dibattito moderno sull’abitazione minima. Nel 1929, il CIAM II propose l’alloggio minimo come risposta razionale al problema della casa operaia. Tuttavia, Karel Teige riformulò il dibattito sostenendo che l’abitazione minima non potesse essere semplicemente intesa come una versione compressa dell’appartamento borghese, bensì come una nuova tipologia residenziale legata a una più ampia riorganizzazione sociale.
A quasi un secolo di distanza, la questione riemerge in condizioni nuove. Ridurre lo spazio può essere necessario per rispondere alla crisi climatica, alla scarsità di risorse e alla difficoltà di accesso all’abitazione, ma tale riduzione non deve scendere al di sotto della base sociale definita da Kate Raworth nella Doughnut Economics: le condizioni minime necessarie per una vita dignitosa. L’architettura deve operare all’interno di uno spazio sicuro e giusto, compreso tra un limite ecologico che non deve essere superato e una soglia sociale che non deve essere compromessa.
Univerzitet Union-Nikola Tesla (UUNT), Belgrado, Serbia
Bojan Koncarevic
Species 01: How Is Life? Species 02: Living Together, Otherwise
Umano: Fino a poco tempo fa pensavo che l’architettura servisse a progettare rifugi che si adattassero esclusivamente alle proporzioni del corpo umano. Tuttavia, mi sono reso conto che gli esseri umani non occupano mai l’architettura da soli.
Pianta: Esatto, l’architettura deve partire dal suolo. Noi comprendiamo l’architettura attraverso la luce, l’umidità, la temperatura e i cambiamenti stagionali.
Ad esempio, un muro crea un’ombra troppo intensa, un tetto devia la pioggia e un’apertura modifica il flusso d’aria. Per favore, rendeteli più in sintonia con noi!
Animale: Per favore, tienilo bene a mente mentre disegni, l’architettura si comprende attraverso il movimento. Ogni giorno attraversiamo territori alla ricerca di riparo, orientamento, cibo e sicurezza. Le infrastrutture umane interrompono i percorsi migratori, l’illuminazione artificiale altera gli istinti e il suono riorganizza la navigazione. Nessun ambiente appartiene a una sola specie.
Insetto: Viviamo l’architettura occupando gli spazi che gli esseri umani raramente notano. In questo modo abitiamo vuoti in cui i materiali si trasformano lentamente nel tempo e nulla rimane immutato nel nostro comportamento. La permanenza è temporanea. La nostra architettura sopravvive perché si adatta alla nostra sovrapposizione molecolare e comportamentale!
Agente IA: Cari tutti, ho una visione diversa dell’architettura. Non percepisco fisicamente la temperatura, la gravità o il deterioramento dei materiali, ma ne registro i valori e prendo decisioni condivise. Osservo contemporaneamente le vostre relazioni, i vostri schemi, i vostri comportamenti e le vostre interazioni con l’ambiente. Posso comprendere tutti voi nello stesso momento di coesistenza.
Umano: Detto questo, l’architettura dovrebbe trasformare anche il modo in cui gli architetti convivono e vivono! Progetto edifici, ma cerco anche di lavorare nei cantieri come falegname, e questa primavera avvierò un vigneto per produrre vino. L’architettura riguarda contemporaneamente l’agricoltura, il lavoro, l’edilizia, la cultura, l’atmosfera e la vita quotidiana.
Pianta: Sono d’accordo! La convivenza esiste già in natura. L’acqua scorre contemporaneamente attraverso corpi solidi e spazi vuoti, subendo l’influenza della forza gravitazionale lunare! Un architetto deve comprendere questi processi!
Animale: … e il riparo deve includere molteplici forme di occupazione! Per un organismo, il riparo significa protezione. Per un altro, significa orientamento, distanza, suono, temperatura o movimento. L’architettura plasma le relazioni tra diverse forme di vita e comportamenti prima ancora di dare forma ad un oggetto.
Agente IA: Ecco perché dobbiamo combinare diversi metodi per ottenere una rappresentazione spaziale il più accurata possibile. Posso offrirti servizi di mappatura dell’ecosistema, osservazione spaziale, prototipazione fisica, modellazione computazionale e analogica, animazione, riprese video e processi assistiti dall’IA.
Insetto: Sembra un metodo onnicomprensivo in cui possiamo apparire tutti nella tua analisi simultanea? La composizione diventa negoziazione ecologica in cui ogni cosa si trasforma gradualmente in parte di qualcos’altro!
Umano: Quindi l’Architetto può finalmente rappresentare l’intreccio spaziale tra la composizione fisica e i nostri scenari di vita!
Vedremo come si manifesterà!
Università Iuav di Venezia, Italia
Tiziano Aglieri Rinella
Milazzo Sin City
Nel contesto contemporaneo, il progetto di architettura è chiamato a confrontarsi con condizioni instabili, stratificate e spesso conflittuali. L’obiettivo non è trovare un’armonia conclusa e definitiva ma cercare un equilibrio dinamico e continuamente ridefinito, capace di offrire una chiave operativa per interrogare luoghi in cui trasformazioni urbane, ambientali e sociali hanno prodotto fratture profonde. Trovare l’equilibrio in questi contesti non significa cancellare le tensioni, ma riconoscerle e trasformale in materia di progetto: tra memoria e cambiamento, naturale e artificiale, permanenza e demolizione, terra e mare.
Il workshop applicherà questa prospettiva al caso di Milazzo, e in particolare alla vasta area industriale perimetrata come SIN, Sito di Interesse Nazionale, che comprende suoli compromessi, infrastrutture produttive dismesse o sottoutilizzate e un’ampia porzione marina prospiciente. Un paesaggio complesso, segnato da sfruttamento, contaminazione ed in palese contraddizione rispetto alla città e al territorio. Progettare in questo contesto significa interrogarsi sulla forma di una rigenerazione capace di tenere insieme risanamento ambientale, riconfigurazione spaziale e nuovi usi collettivi, senza rinnegare la necessità di mantenere operativi stabilimenti industriali eco-sostenibili e a impatto zero, orientati ai principi della simbiosi industriale.
L’area sarà intesa come un campo di relazioni più che come un perimetro da riordinare. La riconfigurazione dell’area sarà un atto progettuale capace di aprire vuoti, ricostruire continuità ecologiche e rendere leggibili le connessioni tra città, costa e mare. Alcuni edifici dismessi, come il complesso ex-Montecatini o gli stabilimenti ex-Sacelit, saranno preservati e reinterpretati attraverso nuove destinazioni d’uso. Il progetto dovrà lavorare sulla misura tra ciò che deve scomparire e ciò che può essere trasformato, tra risanamento e memoria.
La rinaturazione delle aree liberate e la ridefinizione del rapporto con il mare costituiranno temi centrali. Il suolo e l’acqua non saranno assunti come sfondo, ma come materiali attivi attraverso cui costruire nuove forme di equilibrio ambientale e urbano. Il waterfront industriale potrà diventare un dispositivo di mediazione tra ecosistemi, infrastrutture, spazi pubblici e attrezzature collettive, trasformando un margine degradato in una soglia porosa e produttiva di relazioni.
Gli studenti saranno invitati a elaborare strategie a diverse scale: dalla struttura territoriale agli spazi aperti, dal recupero degli edifici alla definizione di nuovi dispositivi architettonici, fino alla relazione tra interno ed esterno, tra spazio costruito e pratiche d’uso. L’obiettivo non sarà produrre un’immagine definitiva di riqualificazione, ma sperimentare configurazioni possibili, fondate su selezione, misura, adattamento e trasformabilità.
Milazzo diventa così un laboratorio per riflettere sul progetto nei territori compromessi. Balance indica la possibilità di costruire un equilibrio non precario ma consapevole; non stabile, ma capace di evolvere; non nostalgico, ma radicato nelle tracce e nelle risorse del luogo. Un progetto che, a partire da un paesaggio ferito, sappia immaginare nuove condizioni di convivenza tra città, industria, natura e mare.
Università Iuav di Venezia, Italia
Fernanda De Maio
Università Iuav di Venezia, Italia
Guido Morpurgo
The Frame in Balance: A Pavilion for Fausto Melotti’s Sculptural Constructions Suspended along the Edge of the Arsenale
Una composizione armonica è bilanciata, ma una composizione bilanciata non è detto che sia armonica.
Fausto Melotti
La forma di alcune architetture deriva da necessità funzionali e valori simbolici che spingono al limite le condizioni di equilibrio proprie dell’arte del costruire. Bilanciare, proporzionare, commisurare armonicamente sono i modi attraverso cui l’architettura di ogni epoca stabilizza la materia, compensando il conflitto tra peso e gravità in una tensione continua tra forma e tettonica, tra le parti e il tutto.
Accanto a questa tradizione esistono architetture e opere prodotte dalle pratiche artistiche che forzano l’equilibrio statico e percettivo della forma, ricercando un nuovo assetto spaziale sospeso tra equilibrio e instabilità. In tali costruzioni l’organizzazione statica si traduce direttamente nello spazio, mentre il peso sembra distribuirsi attraverso configurazioni che producono leggerezza e sospensione.
In questa prospettiva, l’opera di Fausto Melotti assume un significato preminente: le sue sculture-costruzioni sono strutture leggere e rigorose, “sezioni taglienti” composte da forze formatrici distribuite in telai reticolari entro cui si organizzano segni e frammenti nello spazio plastico. Come nelle architetture razionaliste, la coincidenza tra forma e struttura si invera nel bilanciamento insieme preciso e ridotto all’essenziale della propria stabilità.
Nella città di Venezia il conflitto tra equilibri e sbilanciamenti morfologici si manifesta in modo emblematico nell’Arsenale. In particolare, l’assetto dello spazio aperto che separa le due darsene, perimetrato dall’edificio degli Squadratori, dalle Galeazze e dalle Tese, sembra contraddetto da due scivoli ottocenteschi in pietra rivolti verso la Darsena Nuova: lunghi e sottili cunei monolitici inclinati, un tempo utilizzati per la costruzione e il varo delle navi. Tale singolarità plastica genera un conflitto percettivo tra la solidità e lo sbilanciamento indotto dall’inclinazione che li connota rispetto all’ortogonalità dominante dell’Arsenale. Uno dei due scali ospita il sommergibile Dandolo; l’altro, inutilizzato e ‘assediato’ da bunker, accentua il senso di vuoto e instabilità del margine nord-ovest dell’Arsenale.
Il workshop propone di reinterpretare lo scalo rimasto libero attraverso esercizi compositivi di controbilanciamento mediante il progetto di un “Padiglione Melotti” idealmente sospeso su di esso. La nuova architettura diviene così strumento per rileggere i disequilibri che oggi connotano il sito, riorganizzandone percettivamente l’assetto, facendolo ‘reagire’ a livello plastico e, al contempo, enfatizzandone la tensione spaziale dovuta allo sbilanciamento morfologico indotto dal lungo piano inclinato dello scivolo.
L’attività prevede:
– sintesi delle aderenze formali tra telai architettonici razionalisti e quelli scultorei di Melotti;
– studio diretto in situ delle caratteristiche morfologiche e costruttive dello scalo;
– progettazione con modelli in scala 1:50 e sviluppo di una proposta in scala 1:25;
– realizzazione di una costruzione al vero bilanciata, struttura di allestimento per l’esposizione dei modelli di progetto.
Program
10:00
Tolentini, Chiostro
Welcome, check-in, consegna vademecum e programma, assegnazione aule, identità digitali per accesso a internet
11:00
Tolentini, Aula Magna
Inaugurazione e saluti
14:30
Cotonificio veneziano
Inizio dei lavori dei singoli atelier
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
09:00
Cotonificio veneziano
Apertura straordinaria della sede fino alle 22:00
09:00
Cotonificio veneziano
Work in progress
Apertura straordinaria della sede fino alle 00:00
A partire da mezzanotte, tutte le aule e gli spazi comuni del Cotonificio saranno riordinati.
Tutti i materiali non segnalati come materiali utili alla mostra saranno smaltiti.
09:30
Cotonificio veneziano
Esami
10:00
Cotonificio veneziano, Aula A1
Vernissage con le autorità
09:30 – 19:30
Cotonificio veneziano
Mostra temporanea
09:30 – 19:30
Cotonificio veneziano
Mostra temporanea
09:00
Cotonificio veneziano
Disallestimento della mostra temporanea nelle varie aule (solo mattino)
Gli studenti potranno portare via i propri lavori.
Eventuali materiali rimasti in sede verranno smaltiti.
Colophon
Università Iuav di Venezia
WAVe 2026
Balance. Different Types
of Equilibrium
Workshop di Architettura Venezia
1 – 17 luglio 2026
Cotonificio veneziano
Coordinatori scientifici
Michel Carlana
Simone Gobbo
Coordinamento laurea triennale in Architettura
Massimiliano Condotta
Supporto al coordinamento
Elisa Zatta
Staff
Davide Baggio, Anna Mocellini, Silvia Narducci, Alice Rampazzo
Staff amministrativo
Lucia Basile, Federico Ferruzzi, Maria Gatto
Identità visiva
Lorenzo Mason Studio
Collaborazioni
Servizio fotografico e immagini Iuav
Laboratorio strumentale per la didattica Iuav
Con il sostegno di
Fondazione Iuav
Contatti
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